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Mamme che accolgono, futuri che si costruiscono – Francesca Matta

Il titolo dell’intervento “Mamme che accolgono: futuri che si costruiscono” è stato scelto pensando alle mamme affidatarie, mamme non di pancia ma di anima, che scelgono di accogliere nella loro casa e nella loro vita, bambini e ragazzi temporaneamente privi di un ambiente familiare idoneo ad accompagnarli nel loro percorso di crescita.

Riflettendo e meditando sulle parole che compongono questo titolo, ho pensato che probabilmente non sono quelle più adatte per rendere il senso dell’affidamento familiare perché raccontano solo una parte della storia dell’affido, forse quella che più ci piace, ma non la raccontano tutta.

Iniziando dalla parola “mamma” ho pensato fosse doveroso precisare che è stata scelta in sostituzione della parola “famiglia” solo per declinare al femminile il tema dell’affidamento, mentre, in realtà, come sicuramente molti ben sanno, l’affidamento è aperto a tutti, alle coppie con o senza figli naturali e alle persone single di entrambi i sessi, a prescindere dal loro orientamento sessuale.

Quindi, ad onor del vero, il termine mamma va inteso nel senso più ampio di “genitori”, perché la scelta di avventurarsi in un progetto di accoglienza di un minore deve nascere da un desiderio di genitorialità che, mi sia consentito dire, è diverso dal sacro santo desiderio di sentirsi utili o di voler fare del volontariato.

Comunque li si voglia chiamare, genitori sociali, secondi genitori, genitori nuovi, genitori di scorta etc…., l’importante è che gli affidatari siano animati dallo spirito e dalla sacra incoscienza di voler essere genitori. Da non confondere con il desiderio di salvare i bambini da chissà chi o da chissà cosa o, peggio ancora, da non confondere con la volontà di dargli un’opportunità aiutandoli a scoprire e a coltivare i loro talenti nascosti.

Neppure il verbo “accogliere” è del tutto esplicativo del senso dell’affido perché alcune volte rimanda l’idea di una famiglia affidataria che salva dalla famiglia biologica e si sostituisce ad essa. Forse sarebbe stato meglio utilizzare i verbi “affiancare” o “accompagnare” perché è questo, in realtà, che come genitori affidatari siamo chiamati a fare. Affiancare e accompagnare i ragazzi in un tratto più o meno lungo del loro percorso di crescita, aiutandoli a curare e non recidere il legame con la loro famiglia naturale.

Anche parlare di “futuri che si costruiscono” non è propriamente corretto perché rischia di creare delle aspettative che non sempre vengono confermate dalla realtà dei fatti.

L’esperienza ci dimostra che l’idea della costruzione di un futuro deve rimandare all’impegno principale che ci assumiamo nei confronti di questi ragazzi, che è quello di aiutarli a provare a  ri-scrivere la loro storia. Tutto questo perché è scientificamente dimostrato che l’essere umano è una creatura riscrivibile, che nulla nella storia di una persona è già scritto, che i cambiamenti o i miracoli, se qualcuno li vuole chiamare così, sono sempre in agguato.

A voler essere sinceri il miracolo più grande non riguarda i giovani in affido, come saremmo portati a pensare, ma noi genitori affidatari, che attraverso di loro riusciamo, in un modo o nell’altro, ad uscire da noi stessi e dalla nostra confort zone, fatta di piccole e talvolta misere certezze, e sporcarci le mani per andare incontro alla vita.

Questo genere di miracoli, però, come scrive sempre una certa Chiara Scardicchio, non cadono dall’alto ma richiedono la nostra com-partecipazione, unita a una grande fede in Dio (per chi ci crede) e nelle persone.

Una fede intesa non come forma di annebbiamento del cervello o di semplice attesa, ma come impegno a provare a ri-scrivere una storia che certi giudici e certi professionisti credevano già irrimediabilmente scritta. 

Francesca Matta . presidente Arlaf

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