cultura

Che il tuo tempo abbia senso – un racconto di Benedetta Bindi

Uno dei doni più grandi che abbiamo è il tempo.

Ho impiegato anni a capirlo, a dargli il valore che merita. Prima credevo che le ore  fossero come i coriandoli: pezzettini di carta da spargere ovunque, senza preoccuparsi di sprecarle.

Il tempo che impieghiamo per fare le cose che ci stanno a cuore.

Il tempo che dedichiamo agli altri.

Il tempo che attendiamo perché i nostri progetti si realizzino.

Il tempo che scegliamo per pregare, per meditare.

Come potevo  non dargli valore?

Spesso, per non sembrare diverso dai miei amici, sono andato a feste dove sballarsi era il  tema della serata.

Poi, a ventitré anni, durante il mio ultimo anno di università, un episodio mi  ha segnato profondamente. Da allora non accetto più qualsiasi invito solo per poter dire: “Io c’ero.”

Rimango a casa a guardare un film” non è più una frase da nascondere per paura di sembrare uno sfigato.

Ma anni prima, quando mi invitarono in una grande villa alle porte della città,, un sabato sera di giugno, la pensavo diversamente.

Andai per noia, perché non avevo altro da fare. Carlo e Fabio, i miei migliori amici, uscivano con le rispettive ragazze. Io ero solo, senza fidanzata, così accettai l’invito di un tipo con il quale avevo preparato l’esame di Diritto Privato.

Arrivai tardissimo, dopo mezzanotte. Avevo cenato guardato un film e solo dopo mi ero deciso a uscire.

Roberto mi venne incontro mentre parcheggiavo. Aveva una bottiglia di prosecco in mano, la camicia aperta e parlava a voce alta. Era già alticcio.

Ha detto Marta, la festeggiata, che possiamo dormire in giardino se non vogliamo tornare a Milano. Puoi bere quanto vuoi”

Dentro la villa quasi tutti ballavano. L’uso di pasticche era evidente.

La proprietaria mi venne incontro barcollando. Aveva un vestito rosso di seta, ricordo che era magrissima e molto alta, con un viso marcato dai lineamenti severi. Fece fatica a stringermi la  mano per presentarsi e, subito dopo, il vestito le si slacciò dal collo. Rimase mezza nuda, guardò  Roberto e gli sorrise, poi scappò via, senza nemmeno riallacciarlo e lui sparì con lei.

Poi osservai meglio ciò che avevo intorno.

La felicità sembrava finta, forzata dalle droghe e dall’alcol. E quella scena mi fece arrabbiare con me stesso, con la mia incapacità di scegliere davvero.

Le ragazze — spesso meno istintive degli uomini, più sagge di noi — mostravano lil lato peggiore di se stesse.

La musica era troppo alta per parlare davvero.

L’odore di alcol, sudore e fumo dolciastro rendeva l’aria pesante.

Sul tavolo della cucina c’erano bicchieri ovunque, bottiglie rovesciate, pasticche colorate lasciate accanto alle sigarette come fossero caramelle.

Roberto tornò dopo mezz’ora, con gli occhi lucidi e persi. Continuava a battermi la mano sulla spalla.

“Stasera devi vivere! Ma guarda che ficata qui! ”

Poi sparì tra la folla.

Quella frase mi rimase dentro.

Perché guardandoli capii che nessuno, lì dentro, stava vivendo davvero.

Ballavano come se dovessero dimenticare qualcosa. Ridevano con addosso una disperazione che allora non sapevo ancora riconoscere. Una tipa mi venne incontro, aveva un vestito dorato, era bella ma sballato, mi abbracciò e io mi ritrasse.

Fu in quel momento che sentii urlare.

Due ragazzi trascinavano una ragazza verso il prato.

Aveva il viso bianco, gli occhi semiaperti, il corpo molle.

Uno continuava a darle piccoli schiaffi sulle guance.

Ehi… ehi… guardami… guardami…

Ma lei non rispondeva. La musica continuava, qualcuno ballava ancora,  qualcuno rideva, troppo fatto per capire. Qualcun altro filmava col telefono. Io rimasi immobile.

Ricordo perfettamente il pensiero che mi attraversò:

“Dove sono capito? Perché?Sto buttando via il tempo della mia vita in mezzo a persone che stanno distruggendo la loro.”

Ebbi paura del vuoto. La ragazza vomitò e poco dopo e si riprese. Io uscii subito, senza salutare nessuno. Fuori, era l’’alba, L’aria fresca. I rumori lontani. Il cielo che schiariva sopra Milano.

Guidavo felice verso casa, con la voglia matta di dimenticare quella serata, con il desiderio di essere migliore. I miei genitori tra poche ore sarebbero tornati dal week end al mare. 

Ero felice di rivederli e di stare con loro come non mi capitava da tanto. 

Adesso il mio obiettivo di vita è poter dire un giorno: “Sono contento perché ho vissuto la mia vita senza sprecare neanche un minuto.”

E lo caso più ardua è poter aggiungere: “E senza usarlo in cose che non piacciono a Dio!!!

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