Gli odori della mia vita – di Benedetta Bindi
Mi avevano portato nella grande casa bianca di primo mattino. Era stata zia Alessandra, la migliore amica di mia madre. Non era mia zia, ma io l’avevo chiamata sempre così. Profumava di acqua di rose, mi abbracciava stretta, era piuttosto in carne, morbida e buona. Io la paragonavo a delle caramelle gommose a forma di fragola che adoravo, e lei ci rideva. Glielo ripetevo spesso per vedere la sua grande bocca aprirsi e il volto illuminarsi. Tutte le volte che la mamma aveva un problema di lavoro mi portava da lei. Le volevo tanto bene, ma quel giorno di settembre la detestavo. Volevo che mi tenesse a casa sua insieme a Simone, suo figlio, e Marta, sua sorella.
Non erano valsi a nulla i miei: “Ti prego!”. Il giorno prima, mentre preparava la mia valigia, mi ero attaccata alle sue gambe. Marta piangeva e zia Alessandra disse: “Tesoro mio, ti terrei, ma non posso. Non ho lo spazio necessario a casa mia, e nemmeno i soldi per crescere tre figli”. Suo marito Augusto… sapevo che era lui il problema! Lei lo cacciava a una certa ora dal divano dove lui guardava la TV, per poi aprirlo e fare il letto per me. Io avrei dormito anche sotto il tavolo della cucina, avrei mangiato solo pasta all’olio o pane duro pur di rimanere da loro.
E poi portarmi dalle suore… Mi avevano sempre fatto paura! Con quel velo che non faceva vedere i capelli. Io avevo toccato per anni quelli di mia madre per addormentarmi: lisci, morbidi e profumati. Come si potevano coprire i capelli! In nome di cosa! Il Gesù del quale avevamo l’immagine sul comodino della mamma era un uomo e li portava lunghi!
Quando entrai nel grande edificio bianco mi accolsero tre suore sorridenti, e subito dopo zia Alessandra mi lasciò, baciandomi in fretta al momento di salutarmi.
In quel momento mi si ruppe qualcosa dentro, mi sembrò che prendessero a picconate il cuore.
Tutto il mio coraggio che avevo costruito per vivere, si sbriciolò. Non piansi al funerale di mia madre e lo feci allora, per ore, e per quanto volessi le lacrime non si arrestavano. Mai più come quel giorno mi sono sentita sola.
In quella casa grande e bianca c’era odore di disinfettante, odore di minestra, di sapone, odore d’incenso. Nella mappa di quegli odori non ne riconoscevo nemmeno uno come mio. Una suora giovane con gli occhi celesti come il cielo mi abbracciò. Provò più volte a calmarmi, ma io mi divincolavo e mi ributtavo sul mio letto a piangere. Le lenzuola odoravano di sapone di Marsiglia, ed anche il velo della suora. Era quello l’odore al quale mi dovevo abituare? Io ricordavo quello della mamma, della sua pelle, quello dell’amore, e quello volevo.
La sera, nella stanza con altre quattro bambine, la suora disse: “Adesso uniamo le mani e preghiamo Gesù”. Io sapevo che era buono, bello e mi stava vicino. Gli chiesi di farmi tornare con la mia mamma anche in cielo, pur di starle accanto. Non avevo parenti: un padre non l’avevo mai avuto, zii nemmeno, mia mamma era figlia unica e i miei nonni erano morti entrambi.
Maya, la mia vicina di letto, una sera mi disse: “Sei fortunata, così qualcuno ti adotterà presto! A volte viene anche gente ricca. Sandra, una che prima abitava qui, ora ha la camera con la televisione e sei paia di scarpe da ginnastica!”.
Le sue parole mi rimbombavano nella testa, come una notizia che non ti aspetti e ti scombussola la giornata. Quella notte non riuscii a dormire, e nei giorni seguenti il mio desiderio più grande fu: “Essere adottata!”. Immaginavo una grande casa con il camino, l’albero di Natale e tanti regali. E poi una stanza solo per me, con il letto a baldacchino come le principesse, tanti giochi e i miei odori.
Un giorno arrivò suor Giorgia, quella con gli occhi celesti, quella che si prese cura di me come una figlia, sopportò i miei malumori e, anzi, li curò. Quella alla quale mi ero abituata a farmi abbracciare quando ero triste. Perché senza braccia che ti stringono non si può crescere: siamo come piante senza acqua.
“Oggi, Beatrice, è il tuo giorno fortunato: sta venendo una famiglia a conoscerti!”. Mi prese la paura. Paura di non piacere loro, perché ero esile e piccola per la mia età: otto anni. Paura che loro non fossero come li avevo immaginati. Paura di lasciare gli odori della grande casa bianca che stavo facendo miei. Mi rabbuiai; lei lo capì e mi disse: “Fai pensieri buoni”. Una cosa che le suore ci dicevano spesso e che io abbinavo a dei profumi. I pensieri cattivi odoravano di pipì di cane, quelli belli della pelle di mia madre.
Corsi in camera e mi feci la treccia, indossai una camicetta bianca a cuoricini rossi, la mia preferita, quella dei giorni nei quali ero stata felice. Mentre attendevo nella sala colloqui l’arrivo dei miei forse futuri genitori, la suora portinaia, suor Clara – piccola, e curva, che mi regalava sempre le caramelle – mi disse: “Che Dio ti benedica! Sono arrivati”. Poi scappò sorridendomi. Pregai Gesù che fossero le persone giuste per me.
Quando entrarono nella stanza mi sembrò che mi avessero svitato un’arteria e messo una pompa di bicicletta. Ebbi paura che il ticchettio del mio cuore potesse vedersi attraverso la mia camicetta. La signora bionda e l’uomo alto con i capelli mossi non erano perfetti: erano superiori ai miei sogni. Entrambi profumavano, erano belli, eleganti, al punto che arrossii per le mie ballerine rosse consumate, che avevo voluto tenere perché erano un regalo della mamma e ormai mi entravano a fatica. La bella coppia parlava piano e senza nessun accento, guardandomi con ammirazione. Avevo voglia di piangere dalla felicità, ma costruii subito un’altra recinzione attorno alle emozioni e respirai. Li salutai facendo un mezzo inchino e dicendo: “Sono onorata di aver fatto la vostra conoscenza!” , una frase che avevo letto in un libro. Loro risposero all’unisono: “Noi siamo onorati”. Ancora oggi ridiamo insieme, ricordando quel giorno.
Suor Giorgia, quando lasciai la grande casa bianca qualche mese più tardi, mi disse: “Tua madre sarebbe fiera di te, sei una bambina buona e forte,tanto forte e coraggiosa. Torna a trovarmi”. E i suoi occhi celesti si inumidirono al punto da ricordarmi le onde del mare.
Ho trascorso già quindici anni con la mia nuova mamma e suo marito, con il loro odore identico a quello di mia madre: quello dell’amore incondizionato.
Ora sono su un aereo diretta a Barcellona, dove farò l’Erasmus. Qui sento odore di cibo in contenitori di plastica. E penso, mentre guardo le nuvole dal finestrino, a tutti gli odori… L’odore acre del disinfettante della grande casa bianca, quello della minestra nelle sere a mensa, dell’incenso e delle preghiere sussurrate piano, quello di suor Giorgia di sapone di Marsiglia.
Poi è arrivato il profumo di mandarino e vaniglia della donna bionda, quello del patchouli dell’uomo dai capelli mossi. Dopo ancora, ci sono stati gli odori delle torte la domenica, dei libri nuovi di scuola, della mia amica Adriana (vaniglia) e infine quello di Luigi, il mio ragazzo: l’odore di sudore quando mi abbraccia felice dopo aver vinto una partita.
Penso agli odori che mi aspettano, mentre la voce dell’altoparlante annuncia l’atterraggio e invita ad allacciare le cinture. Odore di salsedine, di vento, di futuro. Odore di vita.



Grazie per aver condiviso le tue intime emozioni, sono spunto per profonde ed importanti riflessioni