cultura

Radici – un racconto di Benedetta Bindi

Noi moriamo soltanto quando non riusciamo a mettere radice in altri.

(Lev Tolstoj)

Siamo stati io e lui per molti anni, all’incirca quindici. Il mondo immenso che ci circondava si contraeva e diventava minuscolo ogni volta che Adriano mi stringeva tra le braccia.

Ero giovane.

Ci siamo conosciuti all’ultimo anno di liceo e ci siamo messi insieme il 6 luglio 2010, il giorno del mio orale di maturità. Ricordo ancora la leggerezza di quei momenti: uscita da scuola camminavo a un metro da terra e, dopo il suo bacio, la sera mi sentivo capace di volare.

Poi è arrivata l’università. Gli altri studenti ci sembravano simili a noi, ma anche estranei. Uguali perché sognavamo, più o meno, le stesse cose: diventare avvocati, magistrati, notai. Diversi perché, venendo da famiglie lontane dal mondo del diritto, temevamo di non farcela. Per esorcizzare la paura scherzavamo dicendo che, al secondo anno, sarei tornata al panificio di famiglia e lui alla pescheria di suo padre.

Eravamo cresciuti con gli stessi valori: serietà, dedizione al lavoro, un senso del dovere radicato nella necessità. Eppure, parlando con alcuni compagni di corso del centro città, con gli studio legale di famiglia già pronti ad accoglierli, sentivamo una sottile e costante inadeguatezza.

Nonostante tutto, ci siamo laureati. Abbiamo preso un piccolo appartamento insieme, a mezz’ora di treno da Roma Ostiense: un caseggiato di quattro piani con le finestre affacciate sul verde. Un posto forse troppo tranquillo per due giovani, ma economico.

Lì vicino c’è un piccolo cimitero. Abbiamo iniziato a passeggiarci per gioco, facendo amicizia con i morti, commentando i loro nomi, portando fiori a chi non ne riceveva più. Un’abitudine assurda che, col tempo, è diventata una parte di me.

I nostri genitori li sentiamo spesso, ma li vediamo poco. Quelli di Adriano vivono a San Benedetto del Tronto, i miei a Capodimonte, sul lago di Bolsena. Abbiamo sempre vissuto la precarietà come un ospite indesiderato, camminando per Roma con il terrore che il nostro diritto a restarci potesse evaporare da un momento all’altro.

Poi, finalmente, il lavoro. I sogni si sono fatti carne.

Chi invece non sento più è mia nonna Erminia.

Per anni il suo telefono è stato la mia bussola. Mi chiamava ogni giorno, preoccupata che mangiassi abbastanza, ripetendo ossessivamente:

«Reggi l’anima con i denti, Raffaella. Cucinati.»

Per cambiare discorso le dicevo sempre che avevo messo una sua fotografia sul comodino. Lei aveva sedici anni e teneva in mano uno splendido mazzo di fiori.

Ogni volta mi rispondeva con la stessa frase:

«Facevo dei mazzi io… Né mia madre né mio padre ne facevano di così belli. Tuo nonno mi ha fregata: mi ha portata a vivere a Milano. E alla fine il negozio ha chiuso. Ora potresti lavorarci tu, invece di stare a difendere chissà quale matto.»

Non ha mai capito perché volessi fare l’avvocato né perché fossi andata via da Capodimonte, il luogo dove mia madre, invece, era tornata dopo essersi innamorata di mio padre, un bel ragazzo che vedeva ogni estate al lago e del quale, come è capitato a me, si era innamorata a soli diciotto anni. 

Ora il silenzio che ha lasciato nelle mie giornate  la nonna è un vuoto che fatico a  colmare.

Mi sarebbe piaciuto se avesse potuto conoscere Lena. Così si chiamerà mia figlia.

A volte, quando la mano di Adriano si posa sul mio ventre, ho l’impressione che stia cercando di trasmettere a lei la stessa solidità che ha dato a me, come se volesse insegnarle a camminare in una città che non le chiederà mai il permesso di appartenerle.

Il cimitero vicino a casa continua a essere la mia  passeggiata preferita. Ora, però, mentre cammino tra le tombe cercando i fiori più trascurati, mi chiedo se un giorno Lena troverà rassicurante questa vicinanza con chi non c’è più oppure se la guarderà come una bizzarria dei suoi genitori, un resto di quella precarietà che non siamo mai riusciti del tutto a scrollarci di dosso.

A volte mi fermo davanti a una lapide, accarezzo la pietra e penso a mia nonna, e al negozio di fiori che non avrò mai. Poi guardo Adriano, il suo profilo riflesso in una finestra, e mi rendo conto che, per quanto provi a radicarmi in questo suolo di cemento e treni pendolari, siamo ancora quei due ragazzi che volavano a un metro da terra.

Lena erediterà la città. Non il panificio, né la pescheria, né il negozio di fiori che non è sopravvissuto. Eppure spero che erediti quello che conta davvero: le mani che hanno lavorato prima delle nostre, il coraggio di partire senza dimenticare da dove si viene. 

Forse le radici non sono il luogo in cui si nasce, ma le persone che continuano a farti crescere anche quando non ci sono più.

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