cultura

Non andare via… – un racconto di Benedetta Bindi

Eh sì, era partito senza preavviso Riccardo, senza darmi il tempo di salutarlo.

Un pazzo non aveva rispettato lo stop. Questo mi aveva detto al telefono sua sorella, con una voce che non sembrava nemmeno la sua.

Mi trovavo a Trieste per lavoro. Una volta ricevuta la notizia, non mi ero mosso dal letto per un tempo infinito. Ero rimasto seduto a guardare fuori dalla finestra, incapace di agire, di piangere, di urlare. C’era solo silenzio. Lo stesso silenzio sordo che mi avrebbe accompagnato nei mesi seguenti ogni volta che scendevo in campo a padel, che sedevo a una cena o che incrociavo lo sguardo spento di sua moglie.

Ero bloccato nel suo ricordo. Le parole, nella mia bocca, erano diventate come polpi che si nascondono nei fondali marini: viscide, intoccabili, rintanate nel buio. Le uniche che riuscivano a venire a galla componevano sempre la stessa, ossessiva domanda: “Lui dov’è?”

Mia madre, logorata dal vedermi ridotto a uno spettro, un giorno mi parlò di un frate illuminato che viveva in un convento poco distante da Assisi. Ne aveva sentito parlare nella parrocchia che frequenta da anni. Decisi di andare. Portai con me la bicicletta, quasi a voler trovare una scusa: se anche l’incontro si fosse rivelato un buco nell’acqua, nessuno avrebbe comunque potuto togliermi il piacere di una pedalata tra le montagne umbre.

Quando io e Frate Claudio ci incontrammo era l’inizio di giugno. Il vento accarezzava il sole. Il frate decise che era meglio camminare nella natura piuttosto che chiuderci tra le mura soffocanti della canonica. Mi guidò in un piccolo bosco che profumava di muschio e terra bagnata, dove la luce filtrava tra gli alberi.

Camminammo per quasi mezz’ora senza dire una parola. Io ero imbarazzato, schiacciato dai miei stessi pensieri, convinto che spettasse a lui rompere il ghiaccio. Quando lo fece, andò dritto al punto, senza preamboli:

«Federico, tua madre mi ha raccontato di Riccardo. Dell’incidente». Si fermò un istante, guardando dritto davanti a sé. «Sai che il Signore ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”?»

«Sì», risposi, con un filo di voce.

Frate Claudio si fermò, aspettò che la tempesta si placasse, poi mi prese per le spalle. «Quando tu vivi, coloro che abbiamo perduto continuano a vivere attraverso di te. Nella Bibbia si racconta del Re Davide che perde il figlio. Finché il piccolo è malato, Davide digiuna, piange, si dispera. Ma quando il bambino muore, si lava, si veste e torna a mangiare. I servi, confusi, gliene chiedono il motivo. E Davide risponde: “Ora sono io che andrò da lui, non lui che tornerà da me”. Capisci, Federico? Davide non si era rassegnato: aveva capito, attraverso la fede, che suo figlio era solo partito prima. Si sarebbero ritrovati. Anche tu ritroverai il tuo amico. La sera prima di morire, Gesù dice ai suoi discepoli di non turbarsi, perché andrà a preparare un posto per loro, per portarli con sé. La morte non ha l’ultima parola. Ogni volta che qualcuno ci lascia, è solo un arrivederci».

Proprio in quel momento il sentiero si interruppe e il bosco si aprì su uno spettacolo inatteso: un piccolo, meraviglioso laghetto alpino, immobile come uno specchio.

«Questo sarebbe piaciuto tantissimo a Riccardo!», esclamai, asciugandomi gli occhi.

«Questo piace a Riccardo, Federico», mi corresse il frate, sorridendo. «Lo sta vedendo adesso, attraverso i tuoi occhi».

Quelle parole mi scossero dentro. Senza riflettere, mi tolsi la camicia, i bermuda, le scarpe, e mi tuffai. L’acqua gelida mi tolse il fiato, risvegliando ogni millimetro della mia pelle dal torpore e dal lutto di quei mesi. Cominciai a nuotare. Dal fondale limpido, un pesce si avvicinò risalendo verso la superficie. Non scappò. Cominciò a girarmi intorno lentamente, con una confidenza innaturale, per nulla spaventato dalla mia presenza.

Sorrisi, mentre attorno a me, finalmente, tutto tornava ad avere un senso.

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