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Wimbledon, la finale che ci ha insegnato cosa significa essere eroi

Era il numero 1 contro il numero 2 stasera a Wimbledon, come la più classica delle finali possibili, finale che incorona ancora una volta Jannik Sinner, al termine di una partita pazzesca, durissima e combattuta che si è chiusa con il punteggio di 6-7, 7-6, 6-3, 6-4.

Il film di questa pomeriggio londinese è stato un crescendo di pura intensità agonistica, in cui Alexander Zverev ha complicato maledettamente la vita a Jannik per l’intera durata del match, smentendo clamorosamente non solo i bookmakers che davano la vittoria di Sinner per tre set a zero, ma anche il pronostico della vigilia di quel “simpaticone” di Adriano Panatta che aveva previsto un’altra facile “sveglia” da parte del numero uno del mondo. L’erba non è mai stata l’ambiente ideale per Sascha, che non è mai andato oltre i quarti di finale a Wimbledon, una superficie storicamente ostica per le sue caratteristiche, eppure oggi abbiamo ammirato un giocatore totalmente diverso, più fiducioso e combattivo, capace di lasciare persino i commentatori attoniti e senza parole davanti alla qualità del suo tennis.

Nel primo set la tensione si tagliava con il coltello, con servizi intoccabili per entrambi e zero palle break, fino a un tie-break infinito vinto da Zverev. Il secondo parziale ha seguito un copione quasi identico con una violenza di colpi spaventosa, ma nel tie-break Sinner ha cambiato marcia con risposte fantascientifiche, dominandolo e vincendolo. La svolta è arrivata nel terzo set, dove le percentuali al servizio di Zverev sono calate leggermente e Sinner, glaciale, ha graffiato l’unica vera occasione per scappare sul 6-3, prima di sigillare il trionfo nel quarto set per 6-4 contro un avversario che ha venduto la pelle carissima fino all’ultimo quindici.

Al di là del punteggio, quello che ha impressionato di Zverev oggi è stato il radicale cambio di atteggiamento rispetto al passato: stasera in campo c’era un giocatore conscio del proprio valore, che ci ha creduto dal primo all’ultimo punto e che non è mai partito sconfitto. Fin dal primo quindici, l’aria sul prato inglese si è fatta pesante, elettrica, quasi respirabile. Non c’è stato spazio per i sorrisi o per i ricami stilistici. È stata una guerra di trincea spaventosa, una sinfonia di violenza pura sprigionata da fondo campo e di servizi che viaggiavano come missili. Per ore, l’equilibrio è stato così totale e logorante da far male agli occhi: due giganti aggrappati più che altro alla battuta, capaci di rispondersi colpo su colpo con una ferocità atletica disumana.

Per il resto, davanti a Jannik Sinner ci si può ancora solo inchinare. C’è qualcosa di quasi spaventoso nella sua freddezza e in quella forza di rimanere immobile, di pietra, a governare la tempesta da campione assoluto. Ha vinto perché ha saputo guardare negli occhi la paura e batterla sul campo.

Ma stasera bisogna riconoscere ancora una volta che quello che ha fatto Alexander Zverev va oltre il tennis, oltre la sconfitta, oltre ogni trofeo d’argento. Vedere questo ragazzo lottare per ore su ogni centimetro di erba, scagliare saette e sfidare il numero uno del mondo mentre, in silenzio, combatteva e gestiva ogni singolo minuto il diabete di tipo 1, è un’immagine che fa venire i brividi.

A me commuove questo ragazzo dalla figura profondamente eroica e poetica. Stasera Sascha ha perso la partita, ma ha lasciato sul prato di Wimbledon una delle più grandi lezioni di vita e di dignità che lo sport moderno ricordi. Ha vinto il rispetto eterno di chiunque sappia cosa significhi lottare contro i propri limiti.

Il tennis esce da questa finale decisamente bagnato di sudore, di orgoglio e di leggenda. Grazie Sascha e Jannik per lo spettacolo di stasera.

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