Il ritorno – un racconto di Benedetta Bindi
Marco saluta una donna sulla sessantina, piuttosto grassoccia, con un vestitino verde a fiorellini così stretto da sembrare sul punto di scoppiare. Indossa un profumo alla vaniglia talmente intenso che lui fatica ad avvicinarsi al punto giusto per curarle una profonda carie al molare destro. Inspira profondamente e va in apnea prima di dirigersi dentro la bocca della signora, come fosse un sub in cerca del pesce da catturare.
Per fortuna, la signora è una di quelle pazienti coraggiose e allegre:
«Sono sua! Si accomodi!» gli dice, mentre mandibola e mascella si separano senza nessun problema. Lei è sempre di fretta: l’attendono allo studio che dirige e, più il dentista è rapido, più è contenta.
Così lui lavora assorto quando, finito l’intervento, la donna dice:
«Lei è fantastico, dottor Rinaldi!»
E, sfoderando un gran sorriso, gli dà un bacio sulla guancia prima di scappare via sui suoi tacchi alti sette centimetri. Marco ha quasi timore che, con la sua mole, possa cadere da un momento all’altro.
L’assistente intanto ride con le lacrime agli occhi, poi gli dice che ha dieci minuti liberi.
Lui va nel suo studio e pensa subito a Luca e Claudia: sono dai nonni con Gemma ormai da due settimane.
E lui, fino a questo momento, cosa ha fatto? Ha lasciato che sua moglie e i suoi figli andassero via, una domenica mattina, dopo una lite.
Eppure sua madre, per tutta la vita, non gli ha insegnato che si fa tutto per i figli? Che bisogna lottare davvero per dare loro la miglior vita possibile, per essere sempre presenti?
Non è sicuro di essersi impegnato in quel senso. Non come ha fatto sua madre: con le unghie e con i denti.
A volte pensa che con lei vicino sarebbe andato tutto bene, le manca.
L’amore, ormai, gli sembra l’unione tra due persone tenute insieme da una sottilissima tela di ragno, pronta a spezzarsi al minimo soffio di vento.
Beve il caffè e sente un nodo alla gola al solo pensiero che Gemma possa andarsene. Stare con lei in questi dieci anni è stata la cosa più bella che gli sia capitata, insieme alla nascita dei loro figli.
Afferra il telefono. C’è un messaggio di sua moglie:
«Alle diciassette passo a casa, devo prendere delle cose. Hai tempo per vederci appena finisci di lavorare?»
Marco lo legge subito. Resta qualche secondo con il pollice sospeso sulla tastiera. Potrebbe chiamarla.
Invece scrive:
«Sì!»
E posa il telefono.
Meglio parlarne dopo. Con calma. Ha paura che il nodo alla gola si allarghi, impedendogli di respirare.
Per le quattro ore successive pensa alla stranezza di questo tempo che ha strappato i fili che li tenevano uniti. Ma è sicuro che ci sia ancora margine per riannodarli.
Alle diciotto è già in auto, diretto a casa. Stringe il volante e gli sembra che il cuore gli scoppi: desidera un lieto fine, come quelli dei film.
Compra un mazzo di fiori prima di entrare. Le guarda un attimo. Gli sembrano una soluzione semplice.
Salendo le scale si sente quasi ridicolo: tutte le scene romantiche che ha immaginato fanno a pugni con la realtà.
Ripensa alle parole di sua moglie, prima di andarsene:
«Non ti curi abbastanza di noi. Lavori, lavori, e ai convegni va bene , ma non rinunci mai a nulla. Padel, calcetto, e la birretta con Gianni, dici sì a tutti. Oggi hai dimenticato il saggio di danza di Claudia per andare a giocare! Non te l’ho ricordato di proposito: volevo vedere quanto ci tenessi!»
Gemma è in casa. Osserva le foto incorniciate sulla libreria: loro due che si baciano fuori dalla chiesa, sotto una pioggia di riso; loro in montagna con i figli ancora piccoli; loro quattro con delle cuffie indecenti in piscina.
Si chiede se quelle immagini siano ancora cariche di qualcosa.
Marco entra, con il respiro leggermente affannato e una dozzina di rose tra le mani.
Gemma si gira e lo vede: suo marito. Le sue spalle larghe, qualche capello bianco sulle tempie e quegli occhi grandi e profondi in cui un tempo le era così facile perdersi.
Lui dice:
«Dai, torna a casa. Ho sbagliato. Sei destinata a stare qui.»
Lei sorride. Le compaiono le due fossette che lui adora, quelle che la fanno sembrare una bambina furbetta.
Lui la abbraccia e, parlando tra i suoi capelli, con gli occhi umidi, le domanda:
«Tornerai da me? Ti prego.»
La stringe forte.
Forse troppo.
Come se avesse paura che gli scivoli via.
O come se volesse trattenerla.
Solo per un attimo Gemma si chiede se questa volta sarà diverso.
O se tornerà tutto come prima.
Poi stretta al corpo massiccio di suo marito dice Sì, perché ha la bruciante sensazione di essere ancora amata.


