cultura

Amiche – un racconto di Benedetta Bindi

Oggi sono andata a prendere Sara alla stazione. Siamo amiche dai tempi della scuola. Da adolescente la definivo la mia “amica del cuore”. Sapevo che per lei era un termine infantile, ma adoravo dirglielo mentre l’abbracciavo e la baciavo; lei, intanto, mi concedeva la sua guancia profumata storcendo il collo, mentre alzava gli occhi al cielo sorridendo.

Questo dettaglio racconta bene il nostro rapporto: possessivo il mio, più distaccato il suo.

 Lei è sempre stata amica di tutti, io di pochi. 

Col tempo ha iniziato a definirmi “all’antica”. Lo diceva spesso davanti alle altre amiche. Una volta mia cugina Laura mi chiese:

«Ma non ti dà fastidio che ti tratti così? Che ti prenda in giro?»

Io risposi che ero all’antica. Lei alzò le spalle, come a dire “se va bene a te…”, e lasciò cadere il discorso.

Credo che  Sara non le sia mai piaciuta. È sempre stata quel tipo di ragazza che o ti conquista o ti infastidisce: questo era l’effetto che faceva alle donne. Agli uomini, invece, è sempre andata a genio. Sapeva prenderli e, poi, essendo molto bella, ne erano tutti affascinati.

Io mi sono fidanzata con Luca a vent’anni e oggi è mio marito. Sara, invece, ha avuto tanti compagni: come fossero pedine da inserire in una scheda, salvo poi rimettersi ogni volta a cercare quello giusto, quello con cui fare “tombola”.

Ora ci vediamo poco. Vivo a Bologna da due anni per lavoro e, col tempo, la sua mancanza l’ho sentita. Lei, forse, la mia un po’ meno. Al telefono, però, non abbiamo mai smesso di sentirci.

Appena siamo entrate in casa, dopo una lunga passeggiata, mi è sembrata diversa. Mi chiedeva di Luca, di quali compromessi avessimo fatto per far durare la nostra storia da sedici anni, di cosa imparassimo l’uno dall’altra.

Io cercavo di risponderle senza fretta, quasi per farle capire che al primo problema di coppia non ci si gira dall’altra parte e non si scappa, come invece aveva sempre fatto lei. Le raccontavo che anch’io, tante volte, avevo dovuto trattenermi per non litigare, per non urlare, per non rompere un piatto. E che, ogni volta, ne era valsa la pena.

Quello che non riuscivo a dirle era un’altra cosa: io e Luca funzioniamo insieme soprattutto perché abbiamo avuto la fortuna di incontrarci. 

Come quando provi una ricetta nuova e gli ingredienti si sposano perfettamente. 

Io e mio marito andiamo semplicemente d’accordo, senza doverci sforzare troppo.

I suoi ultimi fidanzati, mi racconta tutta d’un fiato in auto, erano tutti sopra le righe.

«Sai, Ludovica, Stefano non aveva una macchina, ma un furgone bianco enorme con attaccati adesivi colorati. La prima volta che è venuto a prendermi sotto casa sono rimasta senza parole. Aveva rinunciato all’auto perché viveva per la bicicletta. Gli bastava che nel furgone ci stessero due o tre mountain bike. Arrivava in montagna e decideva all’ultimo quale usare. Poi fissava una telecamera sul manubrio, si riprendeva e pubblicava i video: lo seguivano in tantissimi. Per mesi ho passato ogni week end  con lui fuori città. Tornavo la domenica sera distrutta e durante la settimana avevo dolori ovunque. Altro che palestra: mi erano venute due spalle e due braccia che non avevo mai avuto. Lui aveva un fisico da statua. Non ero mai stata con un uomo così. Quando gli proposi una settimana al mare mi rispose: “E la bici?”.

Sono uscita da casa sua sbattendo la porta. Mi ha cercata due giorni dopo. Gli ho detto che era meglio lasciarci. 

Sai cosa mi ha risposto? “Se hai deciso così, ti rispetto”. Nemmeno ha provato a farmi cambiare idea.»

Sorride amaramente e continua:

«Poi, qualche mese dopo, alcuni amici mi portarono a un pranzo in campagna. Ero ancora giù e mi fecero conoscere Michele. Era l’opposto del ciclista: barba scura, capelli lunghi, occhi azzurri, alto e magrissimo, senza un muscolo. Però era brillante, parlava benissimo. Aveva scelto di vivere con poco, in una cascina di famiglia sui monti d’Abruzzo. Ci siamo piaciuti subito. Insieme nuotavamo nei fiumi, cucinavamo quello che pescavamo. Mi sembrava di vivere dentro un film. Ma quando gli proposi di passare qualche giorno anche da me, mi disse che la città lo ripugnava. Da lì sono iniziate le discussioni. Litigavamo, piangevamo, facevamo pace e ricominciavamo da capo. Alla fine sono stata io a chiudere. Ho trovato uomini incapaci di cambiare anche solo un po’ per me. Per amore io lo facevo. Loro no.»

La guardo. Ha quasi lasciato intatto il piatto, non l’ho mai vista così… È sempre bellissima: pelle liscia, capelli lunghi e scuri, occhi grandi incorniciati da ciglia folte. Ha il fisico atletico di una donna che si avvicina ai quarant’anni e fa più sport di tante ventenni.

Penso che, se fossi un uomo, una come lei la porterei sulla luna.

Mi dice che a casa nostra si sente bene, che qui c’è una bella energia.

Abbiamo già finito la bottiglia di rosso che ha portato e ne apro un’altra. Con l’entusiasmo del vino le dico:

«Domani ti porto a vedere una mostra bellissima. E la sera, se ti va, ceniamo con un collega di Luca. È simpatico, anche bello… e da poco è tornato single.»

Brindiamo e ridiamo senza un motivo preciso.

Lei sorride.

«Ah… interessante. Allora domani devo comprarmi un vestito per l’occasione.»

Poi si alza, mi abbraccia e mi sussurra:

«La mia amica del cuore.»

Mi sciolgo come il gelato che ho lasciato nella coppetta.

Penso che, prima o poi, anche per Sara uscirà quel numero che aspetta da una vita. Quello che non ti fa vincere solo una cinquina, ma ti fa fare tombola.

Perché ora lei è pronta. La guardo stesa sul divano con mia figlia, la fa ridere. È tardi, molto tardi, ma le lascio fare: sono belle insieme, sono maledettamente belle.

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