michikusasolo cose belle

Ci hanno insegnato a correre, mai a fermarci

Viviamo le giornate con mente lontana:
nel prossimo impegno, nell’ultima preoccupazione,
nel futuro che ancora non esiste
e nel passato che torna sempre a farci visita.
La pratica meditativa ci insegna a fermarci e ancorarci nell’adesso.

La meditazione non è fuggire dalla realtà, non è smettere di pensare e sentire. La meditazione è una possibilità: di incontrarci senza pretesa, senza automatismi e senza paura.

Nella prospettiva della fenomenologia buddhista, la sofferenza non nasce dagli eventi esterni, ma dal modo in cui ci aggrappiamo all’esperienza o tentiamo di respingerla. È nell’attaccamento e nell’avversione che perdiamo contatto con ciò che è vivo, qui e ora.

Meditare significa allora sospendere, anche solo per un istante, l’automatismo del controllo,
osservare il sorgere e il dissolversi di pensieri, emozioni e sensazioni, riconoscendo che nessuno di essi coincide davvero con ciò che siamo.

Le neuroscienze mostrano che questa pratica trasforma concretamente il cervello: si rafforzano i circuiti dell’attenzione, della regolazione emotiva e della consapevolezza, mentre diminuisce l’attività delle reti coinvolte nel rimuginio e nell’autoreferenzialità.

Ma, ancora prima della neuroscienza, è l’esperienza diretta a insegnarcelo. Con il tempo scopriamo che ogni esperienza è impermanente, che ogni stato mentale sorge, permane per un tempo e poi si trasforma.
Ci accorgiamo che non tutto ciò che attraversa la coscienza merita di essere trattenuto e, forse, smettiamo di identificarci con ogni pensiero, con ogni emozione, con ogni ruolo.

Da questa distanza nasce una libertà consapevole: non la libertà di controllare ciò che accade, ma quella di rispondere con presenza anziché reagire per abitudine.

Le #RiflessioniScomodemaVitali ti propongono una piccola pratica.
Fermati e semplicemente conta
21 respiri.

Non cercare uno stato particolare, non inseguire il rilassamento e non aspettarti un risultato. Rimani semplicemente con ciò che emerge.

Al termine, osserva come ti senti e chiediti “chi stava vivendo questo momento prima che la mente iniziasse a raccontarlo?”

Forse è da questa domanda che inizia la pratica.

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