47 milioni di Campioni del Mondo
La Spagna che ha alzato la sua seconda Coppa del Mondo, porta addosso una quantità di storie. Non eroismi sportivi: debiti d’amore.
Dietro il gol mondiale di ieri c’è una storia che Ferran Torres ha raccontato solo di recente, in un podcast (The Wild Project). A 12 anni i suoi genitori divorziarono: “fu uno shock, ero piccolo e non sapevo come affrontarlo” proprio mentre entrava nel collegio del Valencia CF, lontano da casa. “Quando i miei genitori mi lasciavano nella residenza, era piangere e piangere. Ogni domenica. Averli così vicini ma allo stesso tempo così lontani è stato duro.” Il rifugio, in quegli anni fu soprattutto sua sorella.
C’è un rituale che si ripete ogni volta che Pedri vince qualcosa di importante che sia la Liga, la Copa del Rey o un trofeo con la Nazionale. Prende un pallone, lo posiziona sul dischetto e calcia un rigore. In porta c’è suo padre, Fernando.
Il tiro non è mai imparabile. Fernando, da ragazzo, sognava anche lui il calcio, giocava nella squadra locale del Tejina, a Tenerife, e aveva il talento per crederci. Poi la morte improvvisa di suo padre lo costrinse a lasciare tutto per occuparsi della famiglia e mandare avanti l’azienda domestica. Pedri ha potuto giocare grazie ai sacrifici del papà.
Chi ha visto Rodri sollevare la coppa da capitano, algido e composto come sempre, fatica a immaginarlo com’era da ragazzo: scartato dall’Atlético Madrid perché “fisicamente non rispondeva al profilo”, trasferito a diciassette anni al Villarreal.
“Un giorno dissi basta. Chiamai mio padre piangendo, con la sensazione che tutto fosse finito.” Suo padre gli rispose semplicemente che se era arrivato fin lì, non poteva mollare adesso. Da quella telefonata nacque un patto: il calcio sì ma mai senza lo studio. Rodri si iscrisse a Economia aziendale all’Università di Castellón, divise una stanza con altri studenti che nemmeno sapevano che giocasse a calcio sul serio, e per anni andò agli allenamenti in bicicletta fino al tram o con una vecchia Opel Corsa di seconda mano comprato dal padre, di cui i compagni di squadra ridevano, e a cui lui non ha mai smesso di essere affezionato.
Durante la semifinale contro la Francia, dopo un gol pesantissimo, Pedro Porro non ha fatto nulla di spettacolare. Si è seduto sull’erba e ha alzato il pugno destro verso gli spalti.
Il gesto ha un’origine precisa, raccontata dal giocatore stesso: prima del torneo, in un video registrato in famiglia, avevano chiesto al figlioletto come esultasse papà quando segnava un gol. Il bambino aveva alzato il pugnetto. Porro ha rifatto quel gesto per far capire al figlio che quel momento era suo. “È stato molto duro lasciare casa a soli 14 anni per inseguire il calcio. Avere i miei figli a guardarmi qui è il vero premio della mia vita.” Fu il nonno Antonio a portarlo ovunque servisse per giocare a calcio, a sgridarlo quando saltava la scuola per un pallone, e a dirgli scherzando da bambino: “Se non segni, non ti do un euro.” Porro lo chiama ancora oggi il “grande colpevole” del suo successo, e prima della finale aveva promesso pubblicamente di portargli la coppa: “il mio orgoglio più grande è quando mi abbraccia lui.”
Se Nico Williams corre è perché ha imparato da piccolo che bisogna farlo per vivere. Sua madre, María Comfort Arthuer, ha attraversato incinta il deserto del Sahara insieme al marito Félix, partendo dal Ghana, prima di stabilirsi in Spagna.
Per garantire ai figli da mangiare, vestiti, e la possibilità di andare a scuola “come bambini normali”, sono parole di Nico, il padre Félix dovette lasciare la famiglia e trasferirsi a Londra per lavorare. Fu María a restare sola con i due figli in Spagna, arrivando a tenere tre lavori contemporaneamente. Per questo, dicono i fratelli Williams, lei è la loro “supereroina”. Quando i due fratelli si sono trovati a giocare Mondiali diversi, Iñaki per il Ghana, Nico per la Spagna, la mamma sugli spalti ha indossato di volta in volta la maglia dell’uno o dell’altro.
C’è una storia, in questa Spagna, che rovescia lo schema. Quella di Marc Cucurella. Suo figlio Mateo, sette anni, ha una diagnosi di autismo di livello 1 e il difensore ne ha parlato con pudore: “Mi fa soffrire, soprattutto quando lo vedo stare male.” Ha raccontato come lo stadio venga gestito su misura per il figlio l’iPad che a casa è vietato, l’aria condizionata, i momenti in cui l’ambiente diventa troppo per lui. un calciatore al vertice del mondo che, tornando a casa, è prima di tutto un padre alle prese con le stesse difficoltà di chiunque altro.
Ferran Torres, entrato dalla panchina, ha segnato il gol mondiale al 106′ esattamente come Iniesta nel 2010, quando lui aveva dieci anni e a fine partita ha detto una frase: “Il gol è di 47 milioni di persone, non mio né dei 26 giocatori.”
È forse questa la vera cifra di questa Spagna: undici titolari, ventisei convocati, 47 milioni di persone e dietro ognuno di questi ventisei, una famiglia, con padri e madri che rientravano dal lavoro e ripartivano per accompagnare i figli agli allenamenti, di calciatori che vogliono essere giudicati bene o male solo per quello che fanno in campo e che tengono il cuore stretto in un pugno quando vedono i figli soffrire magari alla vigilia di una partita importante in cui devono rimanere concentrati.
Ma già, per qualcuno è solamente calcio. E basta.


