Cronaca di due giorni sul Gran Sasso
Fin prima di arrivare in Italia programmiamo a grandi linee cosa ci piacerebbe fare e visitare. E nei primi posti, per me, c’è sempre Lui: il Gran Sasso.
Faccio parte del Gruppo Alpino Speleologico URRI Roma e, casualmente, si sta organizzando per il weekend del 12/13 luglio la salita al Corno Grande lungo la via Direttissima in notturna.
Per questioni di meteo, logistica e preparazione fisica e tecnica dei partecipanti, si opta per pernottare direttamente al punto di partenza e attaccare la salita la mattina presto.
L’uscita viene poi rimandata per condizioni meteo sfavorevoli la mattina del 13.
Nonostante ciò, io e Astrid prepariamo attrezzatura e tenda per raggiungere Campo Imperatore sabato 12 il prima possibile.
A causa di impegni precedenti, riusciamo ad essere operativi sul posto dalle 12. Come noi, anche un’altra coppia del gruppo (con la loro bambina) e il nostro presidente, con un amico.
Ognuno è lì per fare la “sua” montagna.
Noi decidiamo per Pizzo Cefalone, una delle sette vette del Gran Sasso sopra i 2.500 metri.
Il sentiero inizia orizzontale, poi sale gradualmente, fino a impennarsi nel tratto finale: circa 5 km con un dislivello di 500 metri.
Vivendo in Florida, ho perso l’allenamento alla salita: si vive al 90% in due dimensioni (lunghezza e larghezza), e quando si affrontano altezza e gravità, ci sono sempre gli ascensori.
Penso quindi di non avere le gambe per farcela.
Intrapreso il sentiero, dopo un po’ incontriamo il Presidente del gruppo, di rientro anche lui da Pizzo Cefalone, con il suo amico. Un abbraccio, una foto, e continuiamo.
Mia moglie mi segue per amore, ma sappiamo entrambi che spingerà fino a dove potrà.
Infatti, dopo circa un’ora, arrivati alla Portella (2.260 m), le sue gambe decidono che non possono proseguire.
Facciamo una pausa… ci affacciamo sulla Val Maone. Da lì il massiccio del Corno Grande ci osserva: maestoso, mastodontico.
Credo che dal mio viso si leggeva chiaramente la frase “IO VOGLIO CONTINUARE”, scritta negli occhi dietro gli occhiali da sole. O forse Astrid ha semplicemente una chiave di lettura tutta sua di me, e mi dice:
“Io ti aspetto qui. Tu vai per la tua vetta.”
L’animale montanaro che è in me esulta.
Insieme valutiamo che c’è ancora molto movimento su quel sentiero, il meteo è impeccabile (salvo qualche raffica di vento).
Le lascio una felpa e una bottiglia d’acqua, e proseguo.
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Camminare in montagna è anche questo: oltre ad ascoltare il respiro affannato, si viaggia con i pensieri.
Si muovono passi contro la fatica del corpo sapendo che la vetta – e la sua vista – ci ripagheranno con un gusto unico.
In questo secondo tratto si inizia a guadagnare quota seriamente.
D’altronde, da 2.100 m si deve pur salire fino a 2.533 m, e questo è il momento.
Passo diversi omini di pietra, mi volto, e vedo sempre il Corno Grande fare da guardiano.
Dopo circa 40 minuti arrivo alla base della vetta. Per raggiungerla bisogna arrampicare (I e II grado), anche con l’uso delle mani.
Si parla degli ultimi 60/70 metri di dislivello.
Il mio cuore vuole uscire dalla giacca, gli occhi dalle orbite per la bellezza che mi circonda.
La montagna è anche questo: vedere le cose dall’alto, da un altro punto di vista. Privilegiato.
Chi viene in montagna solo per sedersi al ristorante… questo non lo sa.
Mi sento fortunato.
Mi viene da filosofeggiare: nella vita, spesso, le cose che ci costano fatica sono proprio quelle che più apprezziamo.
In un’epoca di “tutto facile e subito”, di intelligenze artificiali che ci risolvono tutto, il rischio è quello di afflosciare i muscoli della vita.
A metà parete, non sento più la stanchezza: sono già in modalità soddisfazione.
Vedo la cima, e sento che ce la faccio.
Ci sono due croci di vetta, che riportano la quota: 2.533 m.
In quel momento non c’è nessuno. Sono solo.
E lui sta lì, davanti a me, con la sua altezzosità da vetta più alta degli Appennini: il Corno Grande (2.912 m).
Faccio delle foto, mi siedo, comunico con Astrid che ce l’ho fatta.
Mi preparo un caffè. Dopo dieci minuti riparto.
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Raggiungere una vetta, in fondo, è tutto lì: dieci minuti.
Uno sguardo d’aquila intorno e si cambia priorità: ora viene la parte più difficile. La discesa.
Riportare la pelle a casa.
I rischi aumentano: il livello di attenzione cala, e la felicità della vetta può diventare un nemico.
Un inciampo, una storta, una caduta… possono rovinare l’escursione. O molto di più.
Quindi: focus.
Proprio mentre scendo, vedo l’elicottero giallo del Soccorso Alpino Speleologico.
Questa volta si ferma proprio sotto Pizzo Cefalone.
Scoprirò più tardi che alcuni escursionisti hanno allertato i soccorsi: una giacca, delle macchie di sangue, una sagoma in fondo a una pietraia.
Anche questa è la montagna.
Il “fattore X”: eventi che non puoi prevedere.
Ma questo non toglie nulla all’importanza di valutare i rischi e abbassarli con preparazione e buon senso. È fondamentale.
Mi ricongiungo con Astrid, e rientriamo insieme.
Quasi a Campo Imperatore, guardo l’orologio: sono le 17:20.
Per curiosità controllo l’ora della foto fatta con il Presidente all’inizio del sentiero: 13:20.
Wow. Quattro ore esatte.
Mi gonfio il petto, mi sento orgoglioso.
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Ci prepariamo per la notte. I dolori da sforzo (ormai inusuale per noi) si fanno sentire, tanto che diventano stimolo per anticipare la sveglia.
Alle 5:40 è prevista l’alba sul Gran Sasso.
Con le prime luci preparo un caffè per Astrid.
Alla nostra sinistra le Tre Vette del Gran Sasso, alla destra il Monte Camicia, che chiude la catena.
La parete est inizia a tingersi di rosa.
In un silenzio meraviglioso la luce cresce intorno a noi.
Ci sarebbe tanto da filosofeggiare anche qui, ma ve lo risparmio.
Seduti sull’erba programmiamo la giornata: l’animale in me vorrebbe salire ancora, ma lo zittisco, e lascio che sia Astrid a scegliere la “sua” giornata di montagna.
Dopo una ricca colazione abruzzese a base di formaggi al tartufo e arrosticini, verso le 10:30 arrivano puntuali le previsioni meteo.
Decidiamo di visitare il vicino Lago di Campotosto. Anche con la pioggia, ci regala emozioni.
Stanchi e felici, rientriamo a Roma nel tardo pomeriggio.
In questi due giorni, abbiamo incontrato tantissimi motociclisti. Anche loro stavano facendo la loro montagna.
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Conclusione
Una gita in montagna è riuscita se rispecchia le tue aspettative e priorità, se è fatta in sicurezza, e si conclude col rientro a casa.
Sento un grande dispiacere per l’escursionista coinvolto nell’incidente: le vere cause le conosce solo lui.
A noi restano supposizioni. E a lui va il mio rispetto.
In America ho imparato un detto:
“Better to be a warrior in a garden than a gardener in a war.”
Si adatta bene anche alla montagna.
Spesso il successo non va al più forte, ma a chi si prepara, si allena alle difficoltà, e affronta ogni sfida con calma e resilienza.
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Se non lo fai già, ti invito a dedicare una giornata alla montagna.
Potresti scoprire tanto.
Buona vita.
P.S. Se sei arrivato a leggere fin qui, ti chiedo scusa se ti ho annoiato con le mie teorie e il mio modo di vedere la montagna e la vita. Ma grazie di cuore.

Io e Astrid



