Io, un’insegnante
L’altro giorno ho sentito il bisogno di parlare ai miei alunni della famiglia. Non era previsto dal programma, ma esistono deviazioni, strade secondarie dove è possibile incontrare verità più profonde.
Così ho raccontato loro una leggenda olandese.
Parla di un’inondazione che travolge un villaggio e, in particolare, una piccola casa affacciata su un fiume. Lì vivevano una madre, un padre e il loro bambino. Quando l’acqua inondò la casa, l’uomo sollevò la moglie sulle spalle e la donna, a sua volta, il figlio. Insieme salirono di fretta sul tetto, ultimo rifugio fragile tra cielo e abisso.
Durante la notte un angelo li vide. Potendo sceglierne uno solo da salvare, scelse il più piccolo. Provò a tirarlo via, ma senza riuscirci: erano legati uno all’altro come un grappolo d’uva.
«Quella è la famiglia!» ho detto con tono deciso. «Una vita sola che si regge sull’altra!».
La mia classe è rimasta in silenzio.
Poi Giacomo, con i suoi occhi furbi, ha esclamato:
«Che sfortuna! Così non si salva nessuno!»
E Francesca, la più brillante, ha aggiunto:
«È una bella storia, però io credo che la famiglia sia sopravvalutata. Perché è l’unica realtà, tranne forse nell’esercito, dove il capo, anche se sbaglia, continua comunque ad avere ragione».
Molte ragazze hanno applaudito, mentre i ragazzi erano più timidi.
Da quel momento ho iniziato a interrogarli su cosa per loro significasse famiglia.
A uno a uno hanno cominciato a raccontarsi: padri troppo severi o troppo assenti, madri stanche o premurose, fratelli e sorelle amati o sopportati a fatica. Ognuno portava il proprio frammento di verità.
Tutti, tranne Tiziana.
Per tutta l’ora è rimasta in silenzio, lo sguardo perso oltre la finestra, come se cercasse altrove una risposta che non trovava.
Quando la campanella è suonata, la classe si è svuotata in un attimo. Lei invece è rimasta. Ha sistemato con lentezza i libri nello zaino, come chi non ha fretta di tornare.
Indossava una felpa celeste aperta e una maglietta bianca aderente, in contrasto con i pantaloni neri larghissimi. I capelli erano raccolti in uno chignon, come una ballerina di danza classica. Camminava piano, quasi sperando di non essere fermata.
Così prima che sparisse via le ho detto:
«Tiziana, oggi eri con noi? Non hai detto una parola.»
Ha abbassato lo sguardo.
«Non ce la faccio più, prof.Monica»
Ci siamo sedute vicine. E in quel banco qualunque si è aperto uno spazio inatteso, quasi sacro.
Mi ha parlato di suo padre, uomo silenzioso e sempre al lavoro. E di sua madre, Asha, tornata in Ucraina per assistere la sorella malata. Ora si prende cura dei nipoti, in una terra ferita dalla guerra. A Pokrovsk le sirene e i bombardamenti non danno tregua.
«Tornerà?» mi ha chiesto, senza chiedermelo davvero.
In quella domanda c’era tutto: paura, rabbia, solitudine.
Le ho parlato del coraggio di chi parte per aiutare. E della fede: non come risposta facile, ma come spazio in cui continuare a sperare anche quando non si vede nulla.
Non sapevo quale fosse la sua, o se l’avesse.
Lei, in silenzio, ha preso tra le dita una piccola medaglia che portava al collo. Me l’ha mostrata.
Santa Rita.
«Senza la fede, adesso non camminerei, prof. farei come mia cugina che da un mese non si alza più dal letto»
Ho guardato il suo volto: giovane, eppure già segnato da una tristezza troppo grande per lei. I suoi occhi chiari avevano la stessa malinconia dei miei ricordi più inquieti.
Le ho preso la mano.
«Non sei sola», le ho detto. «Per qualsiasi cosa, io ci sono. La tua prof. ribelle è qui.» Lei è riuscita a sorridere e ci siamo abbracciate.
E quella promessa non poteva restare solo parole.
Il sabato sono andata a casa sua. Abbiamo cucinato insieme, riempiendo il silenzio di gesti semplici: tagliare, mescolare, aspettare. Abbiamo preparato piatti per tutta la settimana, come se ogni porzione fosse un piccolo atto di resistenza alla fatica dei giorni.
Abbiamo anche rimesso un po’ d’ordine, mentre suo padre lavorava fuori, come sempre.
Nulla di straordinario, eppure tutto essenziale.
Questo resterà un segreto tra me e lei. Gli altri alunni non devono saperlo, per non fraintendere… Nei voti io sono imparziale, ma non mi crederebbero, e nemmeno gli altri professori o la preside. «Non si esce dai binari, non si devia», direbbero.
A volte pensiamo di insegnare attraverso le parole, i programmi, le lezioni preparate. E invece le lezioni accadono anche quando ci lasciamo interrompere, quando accettiamo di uscire dal tracciato.
Questo a scuola come nella vita. Ci vuole coraggio per uscire dall’ordinario. Ci vuole fede.


