editoriali

Niscemi: la frana, il palazzetto vuoto e la comunità che si fa accoglienza

A Niscemi, dopo la frana, volontari e protezione civile sono stati bravissimi ad allestire velocemente il palazzetto dello sport pronto ad accogliere gli oltre 1500 sfollati. Le luci accese. Le brandine allineate. Un piano di emergenza che, sulla carta, funzionava.

Ma dentro, il silenzio.

Non vuoto del tutto, ma molto più vuoto di quanto ci si sarebbe aspettati dopo un’evacuazione di questa portata. Ed è da qui che inizia una storia che difficilmente finisce nei comunicati ufficiali.

Perché la quasi totalità delle persone costrette a lasciare le proprie case non sono arrivate lì.

Hanno trovato ospitalità altrove. Case di parenti, amici, conoscenti. Porte aperte in fretta, senza formalità. Un letto in più, un divano, una stanza improvvisata.

È una dinamica che qui in Sicilia si ripete da sempre, soprattutto nelle emergenze: prima ancora che scatti il sistema dell’accoglienza, si attiva quello informale della comunità. Una rete che non ha badge né orari, ma che funziona.

Ricordo ancora per esempio quando dopo il terremoto del 1990 che colpì la Sicilia orientale, accogliemmo nella casa di campagna per qualche notte circa 13-14 parenti che in quel momento non si sentivano al sicuro nelle loro case.

E questo palazzetto resta così, quasi vuoto, come una fotografia controintuitiva: non il segno che non ci fosse bisogno, ma la prova che il bisogno è stato assorbito altrove.

Fuori, intanto, la frana resta. Le crepe pure. Le strade interrotte. L’incertezza sul domani.

Ma dentro le case che hanno accolto c’è una normalità fragile e provvisoria, fatta di caffè condivisi e televisori accesi a basso volume.

Raccontare solo i numeri non basta.

Perché dietro quei numeri c’è un modo di reagire che non fa notizia, ma regge interi territori.

A Niscemi, quella notte, l’emergenza non si è vista tutta nello stesso posto.

Si è sparpagliata.

Come succede quando una comunità decide, istintivamente, di non lasciare nessuno da solo.

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