La colazione sul pavimento – un racconto di Benedetta Bindi
Era una mattina di ottobre, una di quelle in cui Roma sembra una cartolina. Il cielo aveva un azzurro pallido, quasi trasparente, e gli alberi sul Lungotevere iniziavano a ingiallirsi. In cucina non avevo ancora mobili.
Ero entrato nel nuovo appartamento da poche settimane: un materasso, qualche scatolone, due bicchieri e un tavolino. Era tutto quello che avevo. Eppure mi sembrava un sogno avere finalmente una casa tutta per me.
Maya era seduta per terra e guardava fuori dalla finestra. L’avevo conosciuta mesi prima ad Assisi. Viaggiava con un gruppo di pellegrini spagnoli; io ero partito da solo dopo la fine della mia relazione con Nadia.Sei anni insieme cancellati nel giro di pochi mesi. Litigi continui, gelosie, urla. A un certo punto avevo iniziato persino a perdere i capelli per lo stress. Così ero scappato in Umbria nel tentativo di ritrovare un po’ di pace.
Maya l’avevo notata subito.
Camminava lentamente dentro la Basilica di San Francesco, come rapita da qualcosa che solo lei riusciva a vedere. Aveva i capelli lunghi e scuri, lucidissimi, e gli occhi leggermente a mandorla. Parlava poco, ma quando sorrideva sembrava illuminarsi tutto intorno.
In realtà l’avevo seguita per mezza giornata.
Prima la basilica superiore, poi Santa Chiara, poi una piccola chiesa di cui non ricordo nemmeno il nome: a essere sincero non guardavo gli affreschi, guardavo solo lei. Poi entrarono in un bar e lì riuscii finalmente a scambiarci quattro chiacchiere. Aveva notato che la seguivo. Per fortuna la prese sul ridere. Prima di andare via le lasciai il mio numero scritto su un tovagliolino.
Una cosa delicata, senza aspettative.
— Quando venite a Roma chiamatemi, vi porto in giro.
Curando vengas Roma Ilamàme
Tradusse lei ridendo. Gli spagnoli applaudirono come se avessi fatto una proposta di matrimonio.
Poi la vidi salire sul pullman e pensai che non ci saremmo più rivisti.
Invece, tre mesi dopo, mi chiamò.
— Hola Federico, sono Maya. Vengo a Roma per l’udienza del Papa. Rimango due notti… mi fai vedere la città?
Per dieci giorni non pensai ad altro.
Quella mattina andai a prenderla all’aeroporto alle sette. Quando entrammo in casa scoppiammo a ridere vedendo il soggiorno completamente vuoto.
— Arredamento sobrio — disse.
— Eh, vado all’essenziale.
Facemmo colazione seduti sul pavimento. Il tè freddo nei bicchieri trasparenti brillava nella luce del sole. Io continuavo a fissarla senza ritegno. Lei parlava di Madrid, del lavoro dei suoi genitori, dei viaggi continui che facevano esportando pesce in mezzo mondo, e io ascoltavo appena. Ero troppo occupato a pensare che fosse lì, seduta davanti a me, nella mia casa vuota.
A un certo punto abbassò lo sguardo e sorrise.
— Perché mi guardi così?
Sentii il viso scaldarsi.
— Perché ad Assisi pensavo che non ti avrei più rivista.
Lei non rispose. Si limitò a guardare il bicchiere brillare nella luce. Uscimmo poco dopo, anche per sciogliere l’imbarazzo di restare soli in casa. La portai in giro tutto il giorno: Piazza Navona, il Pantheon, Trastevere. Sul motorino mi abbracciava e io sentivo il suo corpo sulla mia schiena, il suo respiro e avrei voluto rimanere così per un tempo infinito.
Aveva qualcosa di incredibilmente calmo.
Con Nadia ogni suo gesto era agitato.
Con Maya tutto sembrava avere pace.
La sera la portai in una piccola trattoria a Trastevere che conoscevo da anni. Doveva rientrare dalle suore entro le nove e mezza, alle sette eravamo già a tavola. Stava mangiando un’oliva ascolana quando le presi la mano. Lei si fermò. Deglutì lentamente, poi intrecciò per un istante le dita alle mie. Aveva le mani fredde.
— Sei un ragazzo buono, Federico — disse piano. — Lo sento davvero. Con te potrei stare bene.
Il cuore iniziò a battermi forte. Poi abbassò gli occhi e arrossì.
— Ma non posso.
Rimasi immobile. Il brusio del locale sembrò allontanarsi di colpo.
— Che significa? Hai un altro?
Maya inspirò lentamente.
— In un certo senso…
Pensai subito a uno sposato. Eppure non mi sembrava il tipo, continuavo a ripetermi.
Restò in silenzio per qualche secondo. Poi disse:
— È da tempo che penso di farmi suora.
Istintivamente presi la birra e la bevvi tutta d’un fiato. Avrei preferito mi dicesse di avere un altro. Almeno avrei avuto qualcuno con cui competere. Lei mi guardava con una tristezza dolce.
— Quando ero piccola vivevo con mia nonna. I miei lavoravano sempre, viaggiavano continuamente. Avevo paura ogni giorno… paura che lei morisse e che io restassi sola. Pregavo continuamente. Anche quando ero felice, dentro di me c’era sempre quella paura.
Si fermò un momento.
— Poi mia nonna è morta davvero. E la fede è stata l’unica cosa che mi ha tenuta insieme. Col tempo ho ricostruito il rapporto con i miei genitori. Ho imparato a perdonarli. E ho capito che pregare non mi bastava più. Sento il bisogno di donarmi completamente.
La osservavo senza riuscire a parlare. Era strano: più spiegava quella scelta, più mi sembrava bella. E più mi sentivo perdere qualcosa che non avevo nemmeno avuto.
— Non dici nulla? — chiese.
Mi passai una mano sul viso.
— Sto cercando di capire. Maya, non ero preparato a questo. E sinceramente non sono preparato a molte altre cose.
Lei rise piano. Una risata breve, malinconica. La riaccompagnai dalle suore. Il giorno dopo sarebbe andata da sola all’udienza del Papa. Scese lentamente dal motorino e si sistemò i capelli dietro l’orecchio. Io le diedi un bacio sulla testa, come si fa ai bambini.Lei rise, poi si avvicinò e mi baciò la guancia.
— Grazie per oggi.
Rimasi a guardarla finché il portone non si richiuse. I suoi capelli lunghi, il suo corpo gracile, quell’energia quieta che sembrava emanare luce, come fanno le lucciole nelle sere d’estate.
Ci sentiamo ancora. A volte con messaggi brevi, altre con telefonate lunghissime. E ogni volta riesce a fare la stessa cosa: portarmi calma. All’inizio soffrivo per quello che non poteva essere. Pensavo che amare qualcuno significasse necessariamente averlo accanto, costruirci una vita, toccarlo, dormirgli vicino. Con lei ho capito che esistono anche altri modi di amare.
Maya non è mai diventata la mia ragazza, e forse non avrebbe mai potuto esserlo. Eppure, in tutti questi anni, è stata una delle persone più presenti della mia vita. Mi ha insegnato ad ascoltare senza rabbia, a rallentare prima di agire, ad avere fede persino nei giorni peggiori.
E ogni volta che la luce del mattino entra in una stanza silenziosa, ripenso a quella colazione sul pavimento e sorrido. Perché certe persone non arrivano nella tua vita per appartenerti. Arrivano per insegnarti a diventare migliore.


